E' importante conoscere bene tutti i fattori, “naturali” e “antropici” che entrano in gioco nel regolare la consistenza e la struttura di una popolazione di Barbagianni, le cui variazioni numeriche possono essere a breve o a lungo termine. Nel primo caso si osservano fluttuazioni spesso evidenti e spettacolari, causate dall'occasionale azione congiunta di diversi fattori, sia positivi che negativi. Nel secondo caso, ben più importante, i diversi fattori che entrano in gioco devono essere individuati e ne deve essere compreso il ruolo, affinché sia possibile pianificare interventi di gestione e conservazione della specie nell'immediato futuro.

CONDIZIONI CLIMATICHE E METEOROLOGICHE
Abbiamo già accennato al fatto che la rigidità del clima rappresenta un fattore limitante la distribuzione della specie che, nell'emisfero boreale, si estende verso nord sino in corrispondenza della isoterma delle temperature medie annuali di 6-8 °C. Il freddo e la scarsità di cibo mettono a dura prova questa specie che, diversamente dagli altri rapaci notturni europei, non riesce ad accumulare riserve di grasso superiori al 5% del suo peso corporeo totale; ne consegue che, in caso di prolungate condizioni avverse, bastano otto giorni per esaurire tutte le sue “scorte” adipose, portandolo rapidamente alla morte. Lunghi periodi di gelo o siccità possono portare a riduzioni nel numero di micromammiferi, sue prede principali, mentre una copertura nevosa continua per più giorni funge da barriera isolante, che separa il predatore dalle prede divenute inaccessibili al di sotto del manto nevoso. La pioggia continua, d'altro canto, impedisce il pieno utilizzo della vista e dell'udito nella caccia, rendendo inoltre il piumaggio saturo d'acqua in breve tempo, con conseguente difficoltà di termoregolazione. Tutti questi fenomeni hanno comunque conseguenze diverse a seconda della stagione nella quale si verificano. In primavera posso incidere soprattutto sulla disponibilità di cibo, e quindi di energia, che gli adulti possono impiegare per la riproduzione e l'allevamento della prole; in estate e autunno, le condizioni climatiche avverse vanno a colpire in particolare i giovani da poco emancipati, che non possiedono ancora un territorio e tecniche efficienti per la cattura delle prede, divenendo quindi incapaci di accumulare sufficienti riserve adipose. Ben più gravi risultano le avversità meteorologiche in pieno inverno, perché vanno a danneggiare gli individui adulti che si preparano alla nidificazione, con conseguenze importanti sul successo riproduttivo della primavera imminente.
COMPETIZIONE INTERSPECIFICA
In un ecosistema agrario antropizzato ed intensamente coltivato, ben rappresentato nelle campagne venete, alcune risorse (come le prede o le strutture idonee al riposo e alla nidificazione) possono essere presenti in quantità limitata; si possono quindi instaurare fenomeni di competizione fra specie “simili” dal punto di vista ecologico e comportamentale. Ad esempio vi può essere un minimo di competizione, per l'occupazione di siti (di origine antropica) idonei alla nidificazione, con il Gheppio, la Taccola e i colombi, questi ultimi in particolare se presenti in gran numero; meno probabile la concorrenza dell'Allocco per l'occupazione di cavità di vecchi alberi, visto che questa specie tende a preferire le zone con una maggiore copertura arborea, pur “sconfinando” anche in ambienti più aperti come le campagne. Dal punto di vista alimentare, una possibile fonte di competizione interspecifica può derivare dalla presenza diffusa del Gufo comune nelle nostre campagne.
MALATTIE
Invece di elencare in modo asettico le patologie (virali o batteriche) o i parassiti che possono attaccare il Barbagianni, è importante a questo proposito riflettere sulla frequente difficoltà a distinguere fra cause di morte primarie e secondarie. Ad esempio, cosa ha portato un Barbagianni a farsi investire da un'auto su una strada? Potrebbe essere stata una fatalità, dovuta magari alla scarsa esperienza di un individuo giovane, ma questo potrebbe essere stato anche debilitato da una malattia (da considerarsi quindi causa primaria). Al contrario, una patologia, o una infestazione di parassiti, potrebbe essere stata favorita da un precedente periodo di stress dovuto alla carenza di prede o a condizioni meteorologiche avverse; in questo caso la malattia è una causa di morte secondaria.
PREDAZIONE
Eccezionalmente il Barbagianni può essere predato da altri rapaci di dimensioni maggiori, come il Gufo reale, l'Aquila reale, l'Astore o il Falco pellegrino, ma questi eventi non hanno alcuna ripercussione sulla dimensione di una popolazione. Le uova e i pulcini, in particolare nei primi giorni di vita, possono essere minacciati occasionalmente dal Gatto domestico, dalla Faina o da alcune specie di corvidi che condividono il sito di nidificazione.
FLUTTUAZIONI DEL NUMERO DI PREDE
Il numero di micromammiferi può variare notevolmente da una stagione all'altra e da un anno all'altro, raggiungendo periodicamente dei picchi di abbondanza, in genere seguiti da drastiche riduzioni. Queste fluttuazioni cicliche avvengono secondo periodi di 3–4 anni, e sono spesso sincronizzate su vaste aree. Se cresce la disponibilità di prede, crescerà anche il numero di Barbagianni presenti in una determinata area; aumenteranno in media anche il numero di uova deposte ed il numero di giovani involati con successo dai nidi. Se però l'abbondanza di prede cala bruscamente, la stessa area non sarà più in grado di soddisfare le esigenze alimentari di tutti, portando molti individui a disperdersi altrove.
Immagine tratta da: Sparks J., Soper T., 1978. Rapaci notturni nella realtà e nella leggenda. Edagricole, Bologna.
FATTORI ANTROPICI...COSA POSSIAMO FARE?
RIDUZIONE DEGLI AMBIENTI IDONEI ALLA CACCIA
Chi vive nella pianura veneta deve usare molta fantasia per immaginare campagne coltivate in modo “tradizionale”, ideali per il Barbagianni, costituite da un bel mosaico di piccoli campi delimitati da folte siepi ed alberature, coltivati per esempio a mais, frumento, soia, orzo e prato stabile e magari arricchiti da corsi d'acqua di varie dimensioni. Paesaggi ideali anche per specie che godono di maggior fama e interesse, come starne, fagiani e lepri. Ma tornando con i piedi per terra, basterebbero dei prati umidi e delle fasce di vegetazione erbacea spontanea lungo i bordi di siepi, canali e campi, per ospitare e concentrare arvicole, topi selvatici e toporagni. Le nostre campagne, così intensamente sfruttate, sono al contrario costituite da superfici coltivate sempre più estese e continue, a discapito delle fasce marginali incolte, della diversificazione colturale e di conseguenza della disponibilità di prede.
Cosa possiamo fare? Sono importanti tutte quelle azioni volte al mantenimento, all'ampliamento e alla creazione di corridoi a vegetazione spontanea, sia erbacea che arboreo-arbustiva. Lo sfalcio andrebbe effettuato ogni volta solo su una parte della vegetazione spontanea presente, alternando quindi le aree ed evitando la bruciatura delle arginature e delle stoppie; sono ovviamente da favorire anche tutti gli interventi necessari al mantenimento e/o ripristino del profilo irregolare delle rive o degli argini dei bacini (come stagni, lagune, canali e fiumi), evitando quindi la frequente cementificazione delle stesse arginature. La presenza e la diffusione degli elementi fissi del paesaggio (come ad esempio siepi, arbusti, cespugli, alberi, boschetti, maceri e laghetti) vanno ad aumentare la diversità ambientale di un territorio e le zone marginali (di transizione fra un ambiente e l'altro), riflettendosi anche sull'abbondanza di prede. Restano comunque valide tutte le modificazioni dei sistemi di coltivazione che puntino ad aumentare la frammentazione degli appezzamenti e delle colture, nonché il mantenimento e/o ripristino dei prati umidi e delle marcite.
RIDUZIONE DEI SITI POTENZIALMENTE IDONEI PER LA NIDIFICAZIONE
In passato, prima di poter contare sulle strutture antropiche, ad un certo punto via via più abbondanti, i Barbagianni utilizzavano in prevalenza cavità di vecchi alberi, anfratti in pareti rocciose e, solo occasionalmente, nidi capienti di altre specie. Tutt'oggi, in gran parte della pianura veneta, non restano molti alberi di una certa età e la dipendenza, nei confronti delle costruzioni umane, è divenuta pressoché totale; in queste il Barbagianni cerca anfratti bui e appartati, con un comodo accesso da e per l'esterno, ma che garantiscano al tempo stesso un certo riparo da pioggia, vento, umidità e, ovviamente, dal disturbo antropico. La continua diminuzione di queste strutture è dovuta, in parte, al loro crollo, alla loro ristrutturazione o demolizione, siano esse abitazioni, annessi rustici o altro; la ristrutturazione degli edifici tradizionali, che per la loro conformazione offrivano diverse possibilità d'insediamento, tende inoltre a chiudere tutti i possibili accessi agli spazi interni. Sono diminuite anche le possibilità di utilizzare chiese e campanili, a seguito dell'aumento del numero di colombi che ha imposto, per motivi igienici, la chiusura di tutte le aperture. Anche i moderni capannoni, utilizzati oggi per il ricovero di macchinari o per stoccare prodotti agricoli, non rispondono, dal punto di vista strutturale, alle esigenze della specie che non trova angoli appartati e poco illuminati ma soltanto un grande ed unico spazio vuoto che, anche se accessibile, non offre neppure posatoi per il riposo diurno. Sfortunatamente le numerose strutture abbandonate e i ruderi presenti in particolare nelle campagne del Delta del Po, non forniscono grandi opportunità al Barbagianni, poiché nella maggior parte dei casi si tratta di locali completamente vuoti e privi di nicchie, utilizzati solo provvisoriamente da individui erratici.
Cosa possiamo fare? Non è poi così difficile creare le condizioni ideali per permettere al Barbagianni di nidificare; possiamo agire contemporaneamente su due fronti, attraverso la posa di cassette-nido e/o mediante una ristrutturazione (di abitazioni e annessi rustici) che preveda la creazione di spazi specifici per il riposo diurno e la nidificazione sia del Barbagianni, sia di tutti i rapaci notturni che convivono volentieri insieme a noi, come la Civetta. Senza modificare in alcun modo la struttura, dal punto di vista architettonico, è possibile prevedere almeno una nicchia scarsamente illuminata, di superficie minima 40 x 40 cm, ad almeno 4 m da terra, nella parte meno disturbata della costruzione, e magari con un ingresso autonomo non rivolto nella direzione dei venti dominanti. Se prevediamo di iniziare la demolizione o la ristrutturazione di un immobile nei mesi primaverili ed estivi, cerchiamo di fare un sopralluogo preventivo per stabilire l'eventuale presenza di nidi con uova o nidiacei; in tal caso sarà necessario rimandare l'avvio dei lavori a dopo l'involo dei pulcini. Se prevediamo di destinare al Barbagianni una soffitta o un sottotetto immediatamente al di sopra di un'abitazione, è importante isolarli acusticamente, per evitare che i richiami dei pulcini affamati disturbino il nostro sonno. Molte persone hanno ancora la fortuna di possedere terreni dove vi sono vecchi alberi cavi; non sottovalutiamo l'idea che un tronco cavo venga occupato proprio da una coppia di Barbagianni e quindi evitiamo di chiuderne gli ingressi…male che vada, verrà occupato da altre specie “utili” come la Civetta, l'Allocco o dei pipistrelli.
COLLISIONE CON AUTOVEICOLI

Rappresenta la principale causa di morte nel Barbagianni, in buona parte dei paesi europei. La fitta rete di strade che innerva la nostra pianura incide pesantemente sul numero di Barbagianni investiti che, per diversi motivi, frequentano i margini delle carreggiate. Spesso l'eccessivo sfruttamento delle superfici coltivabili limita la vegetazione spontanea alle sole fasce residuali lungo i bordi delle strade, portando il Barbagianni a cacciare proprio in questi punti più pericolosi, dove la concentrazione di prede diviene maggiore. Inoltre le nostre vie di comunicazione attraversano continuamente tutti quegli elementi, come fasce di vegetazione spontanea o ambienti ecotonali, che vengono percorsi (nel senso della loro lunghezza) dal Barbagianni nell'attività di caccia, portandolo spesso ad attraversare rapidamente, e con notevole rischio, la strada asfaltata.
Cosa possiamo fare? L'incremento costante ed inarrestabile del traffico stradale e l'infittirsi della rete viaria ci costringono a pensare esclusivamente ad azioni che risolvano indirettamente il problema, inducendo il Barbagianni ad allontanarsi dai margini dell'asfalto; ciò è possibile soltanto migliorando la qualità ambientale dell'ecosistema agrario, come già ricordato, con la creazione ed il mantenimento di siepi, alberature e fasce a vegetazione erbacea spontanea, nel mezzo di quelle che oggi sono distese ininterrotte e inospitali di monocolture.
AVVELENAMENTO DA PRODOTTI CHIMICI
Come tutti i predatori, anche il Barbagianni si trova al vertice della piramide alimentare, e risulta particolarmente esposto al rischio di accumulare sostanze tossiche nel proprio corpo. Se l'uso di pesticidi (come DDT e ciclodieni), vietato con la Direttiva 76/895/CEE, sembra aver inciso pesantemente soprattutto su altre specie di rapaci (come Falco pellegrino e Sparviere), il Barbagianni è apparso maggiormente sensibile all'azione dei principi attivi dei Rodenticidi (veleni per topi). Sebbene gli uccelli possano contare su una notevole sintesi endogena di vitamina K, indicato come antidoto nel caso di ingestione di Rodenticidi, i prodotti di ultima generazione possono contare su principi attivi (anticoagulanti) molto potenti, fra i quali ricordiamo il Brodifacoum , il Difenacoum e il Bromadiolone , che possiamo trovare indicati sulle confezioni. Alcune ricerche hanno messo in evidenza che sono sufficienti da uno a cinque topi avvelenati con Bromadiolone per uccidere un Barbagianni o, nel caso del Brodifacoum possono bastare tre topi per portare alla morte un individuo in 6-17 giorni. Il roditore, dopo l'ingestione del veleno, muore generalmente nel giro di 2-12 giorni, continuando a muoversi liberamente debilitato dall'intossicazione e quindi risultando più facilmente predabile (non solo dal Barbagianni, ma anche da altri rapaci e mammiferi, come lo stesso Gatto domestico). Questo meccanismo del resto penalizza soprattutto gli individui più efficienti, che predano un maggior numero di topi e che quindi rischiano di accumulare più rapidamente dosi letali di veleno. Spesso quest'ultimo non porta direttamente alla morte il Barbagianni, che si trova comunque fortemente debilitato, e quindi più vulnerabile ai pericoli quotidiani e via via sempre meno capace di procurarsi il cibo.
Cosa possiamo fare? Se siamo proprio costretti ad utilizzare prodotti di sintesi per combattere i topi, leggiamo attentamente le indicazioni riportate sulle confezioni e, se possibile, evitiamo quelli a base di Brodifacoum e Bromadiolone , o principi attivi di più recente fabbricazione che, generalmente sono tanto più pericolosi quanto più efficaci. Posizioniamo le esche velenose solo in ambienti chiusi e, per quanto possibile, cerchiamo di chiudere tutte le possibili vie di fuga verso l'esterno; eliminiamo immediatamente tutti i roditori già morti o moribondi e provvediamo a raccogliere i bocconi avvelenati che non sono stati mangiati. Se non vogliamo utilizzare sostanze tossiche di sintesi, chiediamo al nostro negoziante di fiducia di indicarci i prodotti in commercio fatti con sostanze naturali di origine vegetale, oppure affidiamoci a metodi alternativi, ma estremamente efficaci, come le trappole meccaniche, un bel gatto, un cane terrier o, meglio ancora, una coppia di Barbagianni! Ricordiamoci comunque di bloccare ai roditori l'accesso a tutte le potenziali fonti di cibo e di eliminarne, quanto più possibile, nascondigli e ingressi ai locali. Evitiamo anche l'uso di colla topicida sulla quale, oltre al topo, rischiano di finire altri animali, fra i quali anche i rapaci notturni che non esitano a gettarsi sul roditore invischiato; gli uccelli che rimangono intrappolati nella colla rischiano la morte sia per la perdita di calore corporeo che per l'impossibilità di volare.
PERSECUZIONE DIRETTA E BRACCONAGGIO
Fino a non molto tempo fa il Barbagianni veniva considerato fra i cosiddetti animali “nocivi”, accusato ingiustamente di diversi misfatti consumati fra i campanili delle chiese e le vicine campagne. I più frequenti capi di imputazione andavano dalla predazione di uccelli domestici come richiami in gabbia o pulcini di colombi nelle corti (spesso compiuta da faine e donnole), alla regolare predazione dei piccioni su chiese e campanili, alla loro fama di animali funesti e portatori di sventure. Nelle zone dove è diffusa l'attività venatoria al capanno, oltre ad essere ricercato come sostituto della Civetta, nella tradizionale caccia da appostamento ad allodole e pispole, figura nel “libro nero” di molti cacciatori per la sua sgradita abitudine di aggirarsi “minaccioso” attorno agli appostamenti e ai richiami, alle prime luci del giorno. Un fenomeno tristemente presente ancora oggi, e riscontrato in alcuni siti della nostra regione, è il prelievo illegale di nidiacei e la cattura di individui adulti nei siti riproduttivi facilmente accessibili anche all'uomo; fra gli scopi di queste deplorevoli azioni vi sono la tassidermia e l'utilizzo del Barbagianni come zimbello o come animale da compagnia.
Cosa possiamo fare? L'unica ricetta contro questo tipo di atteggiamenti è l'informazione e la sensibilizzazione del maggior numero possibile di persone, per far conoscere e capire la valenza ed il ruolo ecologico dei rapaci notturni in generale e del Barbagianni in particolare. Parte di questo lavoro deve inoltre riguardare l'educazione ambientale di quelli che saranno gli adulti del domani, attraverso progetti specifici che coinvolgano famiglie e scuole.
Tratto dalla Domenica del Corriere n.32 del 1962
ALTRE CAUSE DI MORTE
Meno frequenti nel nostro Paese ma riportate in bibliografia, sono l'urto con cavi aerei, in particolare in aree fortemente urbanizzate e l'annegamento in cisterne, abbeveratoi per bestiame o altre forme di raccolta dell'acqua piovana ad uso agricolo, in particolare in territori dove scarseggiano i corsi d'acqua superficiali.